L’invasione del Capitol Hill

Non ci si aspettava che in un paese (che della democrazia ha fatto una sua bandiera, come gli Stati Uniti, sin dalla guerra per l’indipendenza) il disaccordo circa l’esito delle votazioni potesse portare ad un’invasione del Parlamento e ad una guerriglia al suo interno.

Da tempo non si vedeva in Occidente un’occupazione violenta di un luogo del potere.

Il tentativo di qualche migliaio di cittadini insoddisfatti di interrompere i lavori del loro Parlamento è allo stesso tempo insolito e gravissimo.

D’altro lato i dimostranti non potevano certo sperare che in un effimero risultato, quasi solo dimostrativo, ed illudersi che avrebbero modificato la decisione elettorale grazie ad una resa del Parlamento e del resto del paese.

Essa potrebbe quindi essere qualificata come un’esplosione occasionale, rivelatrice peraltro di un male profondo di una parte della popolazione.

Del resto anarchici pullulano purtroppo ormai in molte Nazioni, dando vita ad una sorta di guerra civile a macchia di leopardo, animata da un profondo odio che ha diverse matrici.

Si potrebbe essere indotti a limitarsi a compiacersi che da noi non vi sia stata e non vi sia il rischio di invasioni delle Camere del Parlamento.

 

Semplici spettatori del progetto epocale di finanziamento europeo

Il programma di impiego dei fondi europei – la cui entità ricorda addirittura il Piano Marshall – è senza dubbio una questione di vitale importanza per il Paese. Da essa dipenderà il suo futuro ed in particolare l’avvenire dei nostri giovani.

Il metodo seguito per la messa a punto di un simile progetto sembra costituire la cartina al tornasole del modo in cui viene vissuta la democrazia nel nostro Paese (e forse in molti altri in Europa).

Non è sufficiente per il rispetto della democrazia che questo – come molti altri grandi problemi – siano oggetto di discussione tra tutte le forze politiche (o alcune di esse, tra l’altro con il rischio che il tutto sia ridotto ad una veloce votazione in Parlamento, magari strozzata da un voto di fiducia). La questione è se una decisione di così grande momento possa essere adottata dalle forze politiche, non coinvolgendo i cittadini in una previa discussione.

Decisioni di grande importanza, che toccano tutti i cittadini, devono essere prima spiegate alla cittadinanza e discusse con essa in modo che essa possa farsene un’idea e partecipare al dibattito, che solo dopo di ciò può e deve concludersi in sede parlamentare, per essere poi attuate dal potere esecutivo.

Questa è democrazia. Si dirà che la nozione di democrazia del nostro tempo non può essere più quella dell’Antica Grecia in cui i cittadini deliberano sulla cosa pubblica.

Certamente non siamo più ad Atene, ma i cittadini hanno il potere e il dovere di partecipare alle discussioni dei grandi temi.

Se (a parte qualche referendum, spesso addirittura sottoposto alla cittadinanza in termini sibillini) essa è ridotta ad un ruolo di spettatrice passiva di decisioni adottate dalla classe politica, essa viene privata di un requisito essenziale per potersi considerare dei veri cittadini, ossia di partecipare ai dibattiti più importanti, e quindi alla vita pubblica.

 

Mauro Rubino-Sammartano

Avvocato in Milano – Avocat au Barreau de Paris

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